(Chihuahua) – Mi chiamo Rosario, ho 31 anni e vivo a La Plata, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina. Sono insegnante di teatro e lavoro in ambito educativo e pastorale.
Fin dall’adolescenza, il servizio e l’incontro con gli altri hanno avuto un ruolo importante nella mia vita. Attraverso le suore canossiane, Dio mi ha invitata a mettermi al servizio in un altro Paese, in una realtà che non conoscevo, per condividere la vita e donarmi ancora una volta con tutta me stessa.
Non nego di aver esitato prima di accettare: uscire dalla routine e riorganizzare impegni già presi non è stato facile. Che cosa mi aspettava? Sarei riuscita a essere davvero utile? Che cosa avrei potuto offrire? Le domande erano tante, ma la risposta era semplice: dire sì e affidarmi ancora una volta al Signore, lasciando che fosse Lui a mettere ogni cosa al proprio posto.
Partire per incontrare
Così siamo partiti per il Messico, più precisamente per Chihuahua. Uso il plurale perché non ero sola: anche laici provenienti dal Paraguay e dal Brasile erano stati chiamati a questa missione, insieme alle suore delle loro comunità.
Dall’Argentina al Paraguay, dal Paraguay a Lima, da Lima in Messico e poi a Chihuahua: tante ore di viaggio, durante le quali ho iniziato a trovare risposte molto più concrete di quanto immaginassi.
L’esperienza non è stata segnata soltanto dalle attività che svolgevamo, ma soprattutto dalle persone con cui condividevamo ogni giornata. A poco a poco, i luoghi hanno smesso di essere semplicemente spazi nuovi e hanno assunto nomi, volti e storie.
Ogni compito, anche quello apparentemente più piccolo, acquistava significato quando lo svolgevamo insieme. Ho imparato che servire non significa sempre fare qualcosa di straordinario. Spesso significa essere disponibili, ascoltare, accompagnare, lavorare accanto a qualcuno o semplicemente condividere un momento.
Abbiamo partecipato a diverse attività di servizio e condiviso la vita quotidiana con la comunità delle suore e con le persone che lavorano ogni giorno al loro fianco.
È stato proprio lì che l’esperienza ha iniziato a trasformarmi.
Dare e scoprire di ricevere
Quando si pensa al volontariato, si immagina spesso di partire per offrire qualcosa: tempo, lavoro, conoscenze, aiuto. Con il passare dei giorni, però, ho scoperto che si trattava di una relazione molto più profonda. Mentre cercavamo di dare, ci accorgevamo di ricevere molto di più: gioia, storie, gesti di vicinanza e un modo diverso di guardare alla vita.
La fede si manifestava in modo concreto, soprattutto nelle relazioni. Ho scoperto che la missione si vive anche quando ci si siede ad ascoltare, si condivide un mate, si accompagna qualcuno in un momento difficile o si riconosce nell’altro una storia da accogliere con rispetto e valorizzandone la dignità.
Nel susseguirsi di giornate intense, ritrovarci per ringraziare, pregare e affidare a Dio ciò che avevamo vissuto ci aiutava a ricordare il senso della nostra presenza. Non si trattava soltanto di fare, ma di chiederci per chi agivamo e che cosa ci muoveva.
Allora, chi era andato ad aiutare chi?
Forse uno degli insegnamenti più importanti è stato scoprire che il servizio non pone una persona al di sopra di un’altra. Non c’è qualcuno che dà soltanto e qualcun altro che riceve soltanto. C’è un legame, un incontro. E in quell’incontro tutti possiamo contribuire al cambiamento e lasciarci trasformare.
Un’esperienza che continua
Il Messico mi ha lasciato volti, storie e domande, ma anche uno sguardo nuovo sul servizio. Mi ha ricordato che spesso aspettiamo di avere molto prima di offrire qualcosa, quando invece possiamo cominciare mettendo a disposizione il nostro tempo, i nostri talenti e la nostra presenza.
Sono tornata con la certezza che un’esperienza così non finisce quando si prende l’aereo per rientrare a casa. Qualcosa di ciò che abbiamo vissuto continua nel modo in cui guardiamo la realtà quotidiana, nelle persone che portiamo nel cuore e nelle decisioni che prendiamo.
Per questo, se qualcuno mi chiedesse se vale la pena mettersi in gioco in un’esperienza di volontariato, risponderei senza esitazione di sì. È un invito da non lasciarsi sfuggire: non perché sia facile o perché si torni con tutte le risposte, ma perché si ha il coraggio di partire con alcune domande e di tornare con altre, nuove.
Basta essere disponibili, aprire gli occhi, lasciarsi incontrare dall’altro e avere il coraggio di camminare al suo fianco.
C’è più gioia nel dare che nel ricevere.
Rosario A. Sancho