“Bakhita, parabola esistenziale del perdono.” — Papa Francesco
Ci sono storie che parlano da sole. Quella di Giuseppina Bakhita è una di queste. Papa Francesco l’ha racchiusa in una frase breve ma che pesa tantissimo: è una parabola esistenziale del perdono. Non una teoria, non un bel discorso. Una vita intera che è stata, lei stessa, la risposta. Ecco perché non è un caso che sia una delle patrone della Giornata Mondiale della Gioventù 2027 a Seoul.

Quando la vita ti strappa tutto, persino il nome
Bakhita nacque in Sudan nell’Ottocento. Era ancora una bambina quando fu rapita e venduta come schiava. Subì violenze e maltrattamenti che le lasciarono segni per sempre. Le tolsero perfino il nome: “Bakhita” —che in arabo significa “la fortunata”— glielo diedero i suoi stessi rapitori. Un’ironia crudele.
Chiunque si aspetterebbe che una storia così finisca in rabbia e sfiducia totale. Ma con Bakhita non è andata così.

La svolta che cambia tutto
Arrivata in Italia, conobbe la fede cristiana e lì trovò le parole per qualcosa che già sentiva dentro: che si può essere liberi non solo dalle catene fisiche, ma anche da quelle invisibili dell’odio e del rancore. Divenne religiosa e dedicò la sua vita a servire gli altri, soprattutto i più poveri.
Quando le chiesero cosa avrebbe fatto se avesse incontrato chi l’aveva schiavizzata, rispose che si sarebbe inginocchiata per baciare loro le mani, perché senza quella storia non avrebbe mai conosciuto Dio né sarebbe diventata chi era.
Qui sta il cuore di tutto: lei decise che a definire la sua storia non sarebbe stata la sofferenza, ma ciò che ne fece.

Perché “parabola”?
Una parabola non fa prediche: mostra qualcosa e ti lascia pensare. Per questo Francesco non ha detto che Bakhita insegnò il perdono, ma che fu il perdono fatto vita. E ci lascia una domanda scomoda: si può perdonare l’imperdonabile? Bakhita non risponde con la teoria, risponde con la sua storia.

Verso Seoul
Pensare a Bakhita significa anche guardare dentro noi stessi: le nostre ferite, i rancori, le distanze con chi ci ha fatto del male. E chiederci se esiste un cammino — lento, difficile, ma reale — verso quella libertà interiore che lei ha raggiunto. Perché perdonare non è dimenticare né essere deboli: è non lasciare che il passato decida chi siamo.