L’8 dicembre 1896, Giuseppina Bakhita si consacrò a Dio per donarsi ai suoi fratelli. Quel giorno, pronunciando i voti come Figlia della Carità Canossiana, espresse così il desiderio più profondo del suo cuore: “O Signore, potessi io volare laggiù, presso la mia gente e predicare a tutti, a gran voce, la Tua bontà! Oh, quante anime potrei conquistarti!”
Queste parole non nascono da un entusiasmo passeggero. Sono il frutto di una vita che aveva attraversato il dolore più profondo ed era stata raggiunta dall’amore di Dio. Chi è stato amato così non può tacere.
Un’esperienza che non si può custodire
Fare esperienza dell’amore di Dio, del suo amore buono che trasforma, è una realtà interiore che non si può trattenere. Chiede di essere detta, condivisa e offerta, perché anche altri possano avvicinarsi al Signore e scoprire ciò che noi abbiamo scoperto. Chi si sa amato non può tenere per sé questo tesoro.
Ma questo annuncio non si fa solo con le parole. Si fa, soprattutto, con la vita: con un’esistenza trasformata da quell’Amore che non si lascia mai vincere in generosità e in bontà. La testimonianza convince più del discorso, e lo sguardo, il tratto, la pazienza e la gioia di una persona riconciliata parlano con più forza di qualsiasi spiegazione.
Una storia ferita, una vita redenta
Bakhita conobbe la sofferenza fin da bambina. Nata in Sudan, fu strappata alla sua famiglia e venduta come schiava più volte. Le fu strappato perfino il nome: «Bakhita», che significa «fortunata», fu quello che le imposero i suoi rapitori. Portò nel corpo e nella memoria i segni della violenza e dello sradicamento.
Eppure non rimase chiusa nell’esperienza del dolore. Andò oltre. Lungo il suo cammino conobbe Dio e scoprì di non essere mai stata sola: Colui che più tardi avrebbe chiamato con tenerezza il suo Paron (Padrone) l’aveva accompagnata da sempre. Comprese che la sua vita, con tutto ciò che aveva vissuto, non era frutto del caso né dell’abbandono, ma era inscritta in un grande progetto, in un disegno d’amore pensato da sempre. Colui che, fin dal grembo materno, l’aveva pensata per sé, non l’aveva mai lasciata andare dalla sua mano.
Questa certezza trasformò il suo sguardo sul passato. Non negò la sofferenza né la minimizzò, ma la vide alla luce della bontà di Dio. E da lì nacque la capacità di perdonare, di servire con semplicità e di irradiare una pace che le sorelle e le persone che la incontrarono riconoscevano come qualcosa che non veniva da lei.
Una vita donata
Per decenni, Bakhita visse con umiltà nella comunità canossiana di Schio, in Italia, svolgendo i compiti più semplici: cuoca, sacrestana, portinaia. Da quel luogo nascosto divenne un volto di accoglienza per tutti. Il suo sorriso, la sua dolcezza e la sua serenità parlavano di Dio senza bisogno di grandi discorsi. Il suo desiderio di «volare» verso il suo popolo si realizzò in un modo diverso da quello che immaginava: non attraversando i mari, ma facendo della sua vita quotidiana un annuncio silenzioso della bontà di Dio, che arrivò molto più lontano di quanto lei potesse prevedere.
Una sorella per tutti
Oggi, la nostra Sorella Universale continua a parlarci. La sua storia non appartiene solo al passato: è memoria viva per coloro che soffrono la schiavitù e la tratta ai nostri giorni, consolazione per chi porta ferite che sembrano non chiudersi mai, e testimonianza che nessuna storia è perduta per Dio.
Ci invita a fare esperienza di questo Amore buono e misericordioso, a lasciarci incontrare da Lui e a permettere che ci trasformi. E, una volta trasformati, a fare come lei: uscire incontro agli altri, con la parola opportuna e, soprattutto, con una vita che parli della bontà di Dio.
Santa Giuseppina Bakhita, prega per noi.