“Oh, chi sarà mai il Padrone di tutte queste belle cose? Come vorrei conoscerlo, per prestargli omaggio!”
La tradizione racconta che la piccola Bakhita, ancora bambina nella sua terra sudanese, e più tardi durante gli anni oscuri della sua prigionia, alzava lo sguardo verso il sole, la luna e le stelle, e si domandava, con il cuore puro di chi non è stato corrotto dal cinismo: di chi è tutto questo? Non lo chiedeva per curiosità scientifica, ma per amore. Intuiva che tanta bellezza non poteva essere orfana, che dietro un cielo così generoso doveva esserci Qualcuno a cui appartenere, Qualcuno degno di essere riconosciuto e onorato.
È commovente pensare che questa domanda sia nata proprio nel cuore di una bambina strappata alla propria casa, venduta come schiava, privata del suo nome e della sua libertà. La vita le aveva insegnato che gli esseri umani potevano trattarla come una cosa, come una proprietà senza valore. Eppure, davanti al creato, Bakhita non ragionava da schiava, ma da figlia. Non vedeva nel “Padrone” dell’universo un padrone che domina, ma un Padre a cui si può rendere omaggio con gratitudine e tenerezza. È già lì, in germe, tutta la rivelazione cristiana: il vero Signorìo di Dio non opprime, libera; non possiede per sfruttare, possiede per amare.
Questa intuizione infantile divenne, con gli anni, il centro di tutta la sua vita spirituale. Quando finalmente conobbe quel “Padrone” — attraverso le Canossiane a Venezia, attraverso il Battesimo, attraverso l’Eucaristia — Bakhita non smise di chiamarlo così, con quella parola semplice e fiduciosa: il Paron, “il Padrone”. Ma ora sapeva che questo Padrone la amava di un amore così grande da averle dato la forza di perdonare chi l’aveva maltrattata. La sua celebre frase — “se incontrassi coloro che mi hanno resa schiava, mi inginocchierei per baciare loro le mani, perché, se ciò non fosse accaduto, oggi non sarei cristiana e religiosa” — si comprende solo alla luce di questa scoperta: aver trovato, finalmente, il vero Padrone di tutte le cose belle.
Per noi, oggi
La domanda di Bakhita resta attuale. Viviamo circondati dalla bellezza — un’alba, un volto amato, il sorriso di un bambino, l’immensità del mare — e spesso passiamo oltre, senza chiederci da dove venga un dono così grande. Il suo esempio ci invita a recuperare quello sguardo contemplativo e riconoscente: a lasciare che la bellezza del mondo ci rimandi sempre al suo Autore, e a rispondere, come lei, con il desiderio sincero di conoscerlo e di rendergli omaggio.
Il carisma canossiano, che accolse Bakhita e la fece fiorire come figlia di Dio e religiosa, resta oggi un dono per tutta la Chiesa: religiose, laici, famiglie e quanti condividono questo cammino di carità. A tutti giunge lo stesso invito: custodire quello sguardo contemplativo, riconoscere in ogni persona, specialmente nella più povera e scartata, un riflesso di quelle “cose belle” che appartengono a Dio, e impegnarsi, ciascuno secondo la propria vocazione, ad amarle, rispettarle e liberarle da ogni forma di schiavitù.
Santa Giuseppina Bakhita, tu che hai cercato il Padrone del cielo e della terra e lo hai trovato nel volto di Cristo, aiutaci a riconoscerlo anche noi nella bellezza del creato e in ogni fratello e sorella che ci viene incontro. Amen.