“I discepoli stavano con le porte ben chiuse, per paura dei giudei” (Gv 20,19)

Il racconto pasquale descrive, con toni forti, la situazione della comunità cristiana quando al suo centro manca la presenza di Cristo risorto. Senza la sua presenza viva, la comunità si riduce a un gruppo di uomini e donne che vivono «in una casa a porte chiuse, per paura dei Giudei».

Con le «porte chiuse» non si può sapere cosa succede là fuori; non è possibile cogliere l’azione dello Spirito nel mondo; non si possono aprire spazi di incontro e di dialogo con nessuno; si spegne la fiducia nell’essere umano e crescono le paure e i pregiudizi. Una comunità che rimane nel sepolcro, immersa nella paura e incapace di incontro e dialogo, è una tragedia, poiché i seguaci di Gesù sono chiamati a rendere visibile, nell’oggi della storia, l’eterno dialogo di Dio con l’umanità.

Le grandi paure non compaiono spesso; sono invece le piccole paure che sorgono dagli incontri quotidiani con la realtà e ci rubano la vitalità e il dinamismo. La paura infatti inibisce il pensiero, impedisce la concentrazione ed è, quindi, in gran parte responsabile del fatto che facciamo le cose in modo mediocre, senza valore, al di sotto delle possibilità e contro le nostre aspettative. 

La paura non è un atto morale né un’omissione. Senza essere invitata, cresce nel nostro cuore. In tale atmosfera di paura, l’immaginazione e tutte le energie creative si atrofizzano. 

Siamo giunti alla postmodernità con un enorme carico di paura; siamo tormentati continuamente dalla paura; una paura senza nome, un fantasma senza volto, oscura come un’ombra e veloce come una tempesta; Una paura crudele che colpisce i coraggiosi e aggredisce gli audaci. Non esiste deposito di munizioni più potenzialmente esplosivo delle scorte di paura custodite nelle oscure profondità del nostro essere. La paura ci rende vulnerabili alla manipolazione.

La «paura» può paralizzare il «movimento di vita» avviato da Gesù e bloccare le nostre migliori energie; sotto l’impatto della paura la tendenza è quella di chiuderci in riti sterili, in una dottrina fredda, in un legalismo e in un moralismo malsani che ci portano a rifiutare ciò che è diverso e a condannare ciò che è nuovo. Con la paura non è possibile amare il mondo e le persone. E, se non guardiamo la realtà con gli occhi di Dio, come comunicheremo la Buona Novella? Se viviamo a porte chiuse, chi uscirà dall’ovile per cercare le pecore smarrite? Chi oserà toccare un malato emarginato? Chi si siederà a tavola con i peccatori e gli emarginati? Chi si avvicinerà a coloro che sono stati dimenticati dalla religione? 

Coloro che desiderano cercare il Dio di Gesù ci troveranno con le porte chiuse.

Il racconto di Giovanni è suggestivo e stimolante. Solo quando vedono Gesù risorto in mezzo a loro, il gruppo dei discepoli si trasforma, ritrova la pace, le paure svaniscono, si riempiono di una gioia sconosciuta, i discepoli ricevono il soffio di Gesù su di loro e aprono le porte, perché si sentono inviati a vivere la stessa missione che Lui aveva ricevuto dal Padre.

Il racconto giovanneo di presenta una serie di espressioni che rivelano la profonda «risurrezione» vissuta dalla comunità dei discepoli; essa ha dovuto compiere il passaggio dall’oscurità alla luce, dalla paura al coraggio, dalla timidezza alla missione; sono espressioni piene di vita, di futuro, aperte al nuovo e che spingono a riprendere la stessa missione vissuta da Gesù durante la sua vita pubblica. Il Risorto ricostruisce la sua comunità di seguaci, spezza le catene della paura e li rimanda nel mondo.

«Il primo giorno della settimana»: inizia una nuova Creazione e con essa una nuova Alleanza. In Gesù si completa la creazione dell’essere umano, portando l’umanità alla sua pienezza.

Il luogo chiuso, come conseguenza della paura, delimita lo spazio della comunità in mezzo a un mondo ostile. Il messaggio di Maria Maddalena che li informava che Gesù era vivo non li aveva liberati dalla paura. Gesù esce incontro ai discepoli inaspettatamente; la sua presenza si manifesta direttamente. È Lui che prende sempre l’iniziativa e appare al centro della comunità, perché, ora, Egli è per loro l’unico riferimento e fattore di unità. La presenza che sperimentano non è un’invenzione né nasce da un desiderio o da un’aspettativa dei discepoli. A nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente che Gesù potesse apparire, dato che avevano assistito al suo fallimento e alla sua morte. 

«La pace sia con voi»: Gesù li saluta; il calore del saluto dissipa la paura e le incertezze; è il gesto che collega ciò che sta accadendo con il Gesù che ha vissuto e mangiato con loro.

La presenza di Gesù si impone come una figura vicina e amichevole, che manifesta il proprio interesse per loro e che cerca di condurli alla pienezza della vita.

«Soffiò su di loro»: è lo stesso gesto del Creatore quando trasformò l’uomo di argilla in un «essere vivente». Tutto questo è opera dello Spirito. Dio ha agito in Gesù, agisce in noi e agisce nel mondo. L’opera della Creazione continua. Nel settimo giorno, Dio non riposa, il Salvatore non riposa finché tutti non saranno figli e figlie. Gesù è la nuova Creazione; anche noi.  Siamo creatori con Dio, a sua immagine e somiglianza.

«Mio Signore e mio Dio»: la risposta di Tommaso è estrema quanto la sua incredulità. Nel chiamarlo «Signore», riconosce l’amore di Gesù e lo accetta, aderendo a lui. Nel dire “mio” esprime la sua vicinanza, come Maria Maddalena. Non ha avuto bisogno di toccare le piaghe, ma ha dovuto prendere coscienza che il Risorto è infinitamente più di quanto i sensi stessi possano cogliere. 

E nel riconoscerlo, cambia anche la percezione della propria identità e si immerge nello stupore, nell’ammirazione e nella lode.

«Beati coloro che hanno creduto senza aver visto!»: Il Risorto invita a «credere» perché, quando si crede, si riacquista la capacità di «vedere». La fede rende possibile uno sguardo contemplativo: vede ciò che vedono tutti, ma in modo diverso. Vede i segni del Risorto in tutto ciò che esiste e comprende che tutto ha un senso, impercettibile alla luce dei sensi esterni. La risurrezione permette uno sguardo aperto, semplice e naturale, uno sguardo incantato di fronte a ogni aspetto della realtà.

Il racconto evangelico di questa domenica ci rivela che il nostro primo passo è lasciare entrare il Risorto attraverso le tante barriere che erigiamo per difenderci dalla paura. Che Gesù occupi il centro delle nostre vite e delle nostre comunità, che solo Lui sia fonte di vita, di gioia e di pace! Che nessuno occupi il suo posto, che nessuno si appropri del suo messaggio, che nessuno imponga un modo di vivere diverso dal suo! Abbiamo bisogno, più che mai, di aprirci al soffio del Risorto per accogliere il suo Spirito.

Per chi ha fatto l’esperienza dell’incontro con il Risorto, non esistono più paure, né ostacoli, né porte chiuse, che impediscano di percorrere le vie dell’annuncio del Vangelo, della comunione e della missione.

La Risurrezione ci impegna ad aprire le porte per liberare le persone da una religione sclerotizzata, una religione di condanna e di esclusione. Nel Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII ha aperto le porte e le finestre della Chiesa per arieggiarla, per consentirle una migliore circolazione dell’aria, per liberare i cristiani che erano malati in una Chiesa dogmatica e dottrinale. 

Ecco perché il Vangelo di oggi deve interpellarci, noi che siamo seguaci del Risorto. Dobbiamo comprendere che è necessario aprire la Grande Porta, che è Cristo, per permettere a tutte le persone di circolare liberamente. Se vogliamo essere fedeli a Lui e alla nostra missione cristiana, dobbiamo aprire la porta al mondo affinché tutti possano entrare nelle nostre comunità in piena libertà.

Testo biblico:  Gv 20,19-31

Nella preghiera: Per fare l’esperienza dell’incontro con il Risorto è necessario rompere i  “catenacci” della nostra dimora interiore: catenacci di idee fisse, di sentimenti freddi, di relazioni vuote, di legalismo mortale.5

A un livello più ampio: quali sono i «catenacci» che bloccano la vita della Chiesa, impedendole di essere segno del Risorto? Quali sono le «paure» che bloccano la creatività e l’audacia della vera comunità di Gesù?

Padre Adroaldo Palaoro – SJ