Un cammino iniziato mesi prima
Un gruppo di giovani tra i 22 e i 35 anni delle diocesi di Foggia, Nola e Mantova, con storie e motivazioni diverse, ma con un desiderio comune — mettersi in cammino — ha preso parte all’esperienza: alcuni erano alla ricerca di una relazione più profonda con Dio, altri mossi dalla curiosità di conoscere una terra e la sua storia, altri ancora con semplici domande da portare nello zaino. Il viaggio in Albania è stato il culmine del percorso “Connessi… l’arte di tessere legami camminando insieme”, che ha accompagnato il gruppo per tutto l’anno appena trascorso, guidato da suor Filomena Rispoli e suor Maria Cancilleri, delle Suore Canossiane.
Dal 25 luglio al 1° agosto, i giovani sono stati accolti dalla comunità canossiana di Shën Vlash, vicino Durazzo. Più che un semplice luogo in cui soggiornare, è diventato presto casa: cinque suore, ciascuna proveniente da un Paese diverso – Filippine, Argentina, Congo, Timor e Italia,- li hanno accolti con una semplicità capace di abbattere ogni distanza, facendoli entrare nella quotidianità della loro missione e nella vita della gente.
È stato proprio attraverso gli incontri che il gruppo ha cominciato a conoscere davvero l’Albania.
Una storia segnata dalla persecuzione
Dietro i paesaggi, le città in trasformazione e le contraddizioni di un Paese che corre verso il futuro, i giovani hanno incontrato una storia segnata profondamente dalla dittatura comunista. Per anni ogni espressione religiosa era stata negata, i luoghi di culto chiusi o distrutti e molte persone erano state imprigionate, torturate o uccise semplicemente perché non volevano rinnegare la loro fede.
Ma la storia, quando assume un volto, smette di essere soltanto qualcosa letto sui libri. Lo si è potuto comprendere ascoltando la testimonianza del signor Koll, 92 anni: nel suo volto segnato dal tempo e nelle sue parole c’era la memoria di chi aveva vissuto quegli anni sulla propria pelle — il dolore per le persone care perdute, la paura, le privazioni, ma anche una fede custodita nel silenzio e mai completamente spenta. La sua testimonianza ha fatto comprendere come, nei momenti più bui, siano state spesso persone semplici a custodire ciò che sembrava destinato a scomparire.
A Scutari, sulle tracce dei martiri
La memoria dei martiri ha accompagnato il gruppo soprattutto a Scutari, negli ambienti un tempo trasformati in luoghi di prigionia e tortura. Qui la storia della beata Maria Tuci e di tanti uomini e donne perseguitati ha posto i giovani davanti a una domanda difficile da evitare: quanto si è disposti a mettere in gioco per ciò in cui si crede davvero?
Il viaggio, tuttavia, non ha raccontato soltanto il dolore del passato: ha mostrato anche un Paese capace di rialzarsi.
Un’Albania che rinasce
Nelle strade di Tirana, Durazzo, Kruja e Scutari, i giovani hanno incontrato un’Albania giovane, viva, piena di contrasti. Accanto alle ferite ancora visibili del passato, hanno scoperto il desiderio di ricostruire, andare avanti e guardare al futuro senza cancellare la memoria.
Una delle sorprese più belle è stata proprio la scoperta della convivenza tra fedi diverse. Moschee, chiese cattoliche e ortodosse raccontano oggi una terra in cui cristiani e musulmani hanno imparato a rispettarsi e, spesso, a condividere momenti importanti delle rispettive tradizioni.
La testimonianza di Eralda Kasmi, giovane donna musulmana, ha mostrato concretamente come la fraternità possa essere più forte delle differenze: ha raccontato di cristiani e musulmani capaci di partecipare reciprocamente alla gioia delle feste, dal Natale al Ramadan, senza rinunciare alla propria identità. In quei giorni, la parola più sperimentata dal gruppo è stata proprio incontro: incontro con una storia poco conosciuta, con una fede pagata a caro prezzo, con persone capaci di accogliere senza chiedere nulla in cambio, con una cultura diversa e, inevitabilmente, anche con se stessi.
L’incontro con Madre Sandra Maggiolo
Tra gli incontri più significativi vi è stato quello con Madre Sandra Maggiolo, Superiora Generale delle Figlie della Carità Canossiane, presente in quei giorni in Albania per la visita canonica alla comunità.
Per i giovani non si è trattato soltanto dell’incontro con chi porta una responsabilità importante all’interno dell’Istituto, ma soprattutto dell’incontro con una donna capace di raccontare, con semplicità, cosa significhi oggi vivere il carisma di santa Maddalena di Canossa e sentirsi parte di una famiglia che attraversa Paesi, culture e realtà profondamente diverse. Nelle sue parole è tornato più volte il valore dell’incontro: avvicinarsi all’altro senza pretendere che sia uguale a sé, lasciarsi interrogare dalla sua storia, imparare ad accogliere le differenze non come ostacoli, ma come una ricchezza. Una prospettiva che, dopo i giorni trascorsi tra cristiani e musulmani e dopo aver conosciuto una terra segnata dalla persecuzione religiosa, ha assunto per il gruppo un significato ancora più forte.
Madre Sandra ha aiutato inoltre i giovani a comprendere che la missione non coincide semplicemente con il fare qualcosa per qualcuno: prima ancora delle opere vengono le persone, l’ascolto, la vicinanza, la capacità di camminare accanto. Ed è proprio questo che il gruppo ha potuto vedere nella presenza quotidiana delle Canossiane in Albania: nell’educazione dei più piccoli, nell’attenzione alle famiglie, nella vicinanza alle fragilità e nella capacità di condividere la vita della gente.
Particolarmente significativo è stato vederla incontrare la comunità non da lontano, ma entrando nella sua quotidianità. Bambini, giovani, famiglie e collaboratori le hanno restituito, attraverso canti, danze, testimonianze e semplici gesti di affetto, il volto vivo di una missione costruita giorno dopo giorno. Quella festa non è stata soltanto un momento di allegria: ha mostrato concretamente quanto un legame possa nascere quando ci si sente accolti, riconosciuti e parte della stessa storia.
La sua testimonianza ha aggiunto così un altro tassello al pellegrinaggio. Dopo aver ascoltato la storia di chi aveva difeso la fede pagando un prezzo altissimo, i giovani si sono trovati davanti a una domanda rivolta al presente: che cosa fare della libertà ricevuta?
Custodire la memoria dei martiri, allora, non significa soltanto ricordare ciò che è accaduto: significa trasformare quella memoria in responsabilità, scegliendo il dialogo invece della chiusura, l’accoglienza invece del pregiudizio, la vicinanza invece dell’indifferenza.
Forse è stata proprio questa una delle consegne più belle dell’incontro con Madre Sandra: non basta attraversare luoghi e ascoltare testimonianze; bisogna permettere a ciò che si è incontrato di cambiare il proprio modo di stare accanto agli altri.
Custodire la memoria, tornare cambiati
La comunità di Shën Vlash, padre Geoffrey Bugeja parroco, le Suore Stimmatine, le Clarisse, le Domenicane e tutte le persone incontrate lungo il cammino hanno aggiunto, ciascuna, un piccolo pezzo a questa esperienza.
Non sono stati semplicemente incontri da aggiungere a un album di ricordi: ognuno ha lasciato qualcosa.
Il gruppo ha incontrato povertà e contraddizioni, ma anche dignità, orgoglio, accoglienza e una straordinaria capacità di ricominciare. Ha visto quanto la libertà, spesso considerata scontata, possa diventare preziosa quando qualcuno racconta cosa significhi averne pagato il prezzo.
I giovani erano partiti pensando di andare sulle tracce dei martiri albanesi. Alla fine hanno scoperto che quelle tracce non appartengono soltanto al passato: continuano nelle persone che custodiscono la memoria, nelle comunità che ricostruiscono, nei giovani che scelgono il dialogo e in chi continua a credere che le differenze possano diventare occasione di incontro.
Forse un pellegrinaggio serve proprio a questo: non semplicemente a raggiungere dei luoghi, ma a permettere ai luoghi, alle storie e alle persone di raggiungere chi cammina.
Da quest’esperienza il gruppo è tornato con piccoli semi da far germogliare, e chissà che un giorno le strade non li riportino ancora lì — non soltanto per tornare in Albania, ma per ritrovare un pezzo di ciò che, in quei giorni, l’Albania ha lasciato dentro ciascuno di loro, e per viverlo con una nuova consapevolezza.