La sessione pomeridiana del Congresso Internazionale dei Laici Canossiani ha avuto come protagonista il Professor Luigino Bruni, docente dell’Università Cattolica LUMSA, economista politico, esperto di testi sacri e autore di importanti opere sull’economia civile, noto per un approccio economico indissolubilmente legato all’umanesimo e al valore dell’individuo.

Valore dell’individuo che è stato al centro di un discorso profondo, provocatorio e intensamente umano. Bruni ha esordito con una verità forse scomoda: Gesù non ha frequentato un seminario, non ha seguito percorsi teologici istituzionali. Era un falegname. E proprio questo dettaglio, apparentemente secondario, diventa per Bruni una potente immagine di laicità vissuta, incarnata, redenta. Il Logos eterno di Dio era un semplice artigiano; i suoi apostoli erano pescatori di pesci, chiamati poi a pescare uomini.
Questa – afferma Bruni – è una rivoluzione teologica. Nulla è più spirituale di un’officina, nulla è più teologico di una giornata di lavoro. Una visione che riconosce la laicità come dimensione universale, che tocca tanto i laici quanto i religiosi.

Una delle novità più radicali del cristianesimo, sottolinea il professore, è proprio la stima per le mani, per il lavoro, per la quotidianità. Bruni richiama la Regola di San Benedetto – ora et labora – per ribadire che il lavoro non è solo mezzo di sostentamento o preparazione alla preghiera, ma è preghieravocazioneliturgia. Nella Bibbia, Dio chiama i suoi profeti mentre stanno lavorando: Mosè mentre pascola, Davide nei campi, Amos mentre raccoglie i sicomori. Il lavoro è il luogo teologico della chiamata.

Questa è, per Bruni, la vera laicità: non assenza di Dio, ma sua presenza nelle cose feriali, nella strada, nella polvere, nell’imperfezione della vita reale. Dio – ricorda – non voleva un tempio, ma tende, cammini, relazioni. Una visione ancora oggi rivoluzionaria, spesso dimenticata anche dalle comunità ecclesiali.

Per questo, riscoprire la laicità come vocazione spirituale è oggi una sfida urgente. In un mondo segnato da guerre, dazi, diseguaglianze e crisi spirituali, la vocazione battesimale – regale, profetica, sacerdotale – diventa un invito a testimoniare il Vangelo nel cuore del quotidiano.

Bruni ha richiamato figure come San Francesco d’Assisi, che non si avvicinò ai poveri per aiutarli, ma per diventare povero, mosso da un amore profondo e radicale. Madre Teresa amava i poveri nella loro concretezza. Don Bosco ha speso la vita per i giovani più fragili ed emarginati.

Ma oggi, insiste Bruni, il carisma non può essere ripetizione, bensì ascolto. Se l’anima della missione è l’educazione delle ragazze povere, ha senso gestire scuole private frequentate solo da figlie di famiglie benestanti? Forse oggi, il carisma ci chiederebbe di immaginare scuole per migranti a Lampedusa, spazi educativi per chi davvero non ha nulla.

La fedeltà al carisma richiede discernimento, capacità di leggere i segni dei tempi, e di cambiare le risposte, perché sta cambiando la speranza. Il Vangelo non può essere annunciato se non passa attraverso le nuove povertà e le nuove domande.
E allora emergono domande scomode, ma necessarie: ha senso aprire nuove scuole canossiane, se viene a mancare la speranza in un futuro per l’ordine stesso e per il cristianesimo in Europa?

A tal proposito, Bruni ha ricordato le parole profetiche di Don Lorenzo Milani, scritte ai missionari cinesi del futuro: “Tornerete in Italia per riportare il Vangelo.”
«Ha sbagliato solo il tempo – osserva Bruni – quel tempo è adesso.» Forse saranno proprio i migranti, i nuovi poveri, a ridestare il Vangelo in un’Europa stanca e disillusa.

E allora la domanda vera, che attraversa il cuore del congresso, è questa:
I Canossiani, oggi, hanno ancora speranza?
Siamo alla fine di un’epoca o in un tempo pasquale, che ci prepara a una nuova fioritura?

Bruni ha evocato la figura di Geremia, profeta inascoltato, e ha ricordato che oggi più che mai servono profeti capaci di scorgere nel presente i germi del futuro, e di credere nella potenza del seme, anche se gettato tra le lacrime.

Il messaggio conclusivo è tanto semplice quanto sconvolgente:
“Il Verbo si è fatto carne. E divenne falegname.”
Forse è da lì, da quel banco da lavoro, che il cristianesimo è chiamato a ripartire.
Dalla laicità come spazio dell’incarnazione. Dalla ferialità come spazio teologico.

Perché nulla è più cristiano di un uomo che lavora con le mani, con speranza nel cuore e Vangelo nel profondo.

A conclusione dell’incontro, il professore ha lasciato tre spunti per il lavoro di gruppo:

  1. Quali pensate siano, ad oggi, le speranze vane che il nostro sistema economico ci promette e ci vende ogni giorno?
  2. E quale, invece, una speranza non vana su cui fondate la vostra vita, anche economica e sociale?
  3. Il lavoro e la speranza: dove si trovano? Esiste nel lavoro una speranza vera per noi e per gli altri, nel tempo dei robot e dell’intelligenza artificiale?

Dopo un’ora di riflessioni, secondo il metodo della conversazione spirituale, la platea si è riunita mentre la scrivania del professore si riempiva di fogli: pensieri, intuizioni, domande. Molti hanno espresso gratitudine per le madri fondatrici del carisma canossiano, pur riconoscendo – come ha sottolineato Bruni – che la gratitudine non deve diventare una gabbia, né un freno all’azione.

Le riflessioni dei partecipanti hanno portato il professore a toccretemi attualissimi: l’importanza del presente, dell’essere radicati nel proprio luogo – think locally, act globally – e del genius loci, lo spirito unico di ogni contesto. Si è parlato anche di vocazione, di crisi delle vocazioni e di vocazioni in crisi, ma anche di quel momento magico in cui la vocazione arriva e, come ha detto Bruni, “ci si riconosce in qualcosa che è sempre esistito”. Un clic, una sinergia tra ciò che si è e ciò che si scopre.

Le domande si sono susseguite, il tempo era poco. Ma alla fine, l’intervento del Professor Bruni si è rivelato una celebrazione dell’umano, del valore delle relazioni, della responsabilità, della forza del lavoro, e soprattutto dello sforzo – per quanto faticoso – di trovare quel talento unico che ognuno porta dentro.

Perché forse è proprio questo il Vangelo oggi: una chiamata a riscoprire la bellezza dell’ordinario, la dignità delle mani, il potere della speranza che lavora. E a ricordarci, ogni giorno, che il Verbo si è fatto falegname.