Discernimento personale e comunitario

Discernimento personale e comunitario

di Sr. Renata Vincenzi

Il discernimento degli spiriti è una pratica fondamentale della fede cristiana. Nella storia della spiritualità non si può parlare di “discernimento” senza ricordare l’esperienza e la pratica di S. Ignazio di Loyola, testimoniate nei suoi Esercizi Spirituali con le “Regole per il discernimento degli spiriti”. In realtà questa pratica è esercitata ben prima di S. Ignazio di Loyola, è presente ampiamente nella Bibbia, in molti autori spirituali e nei documenti ecclesiali, non da ultimo Gaudete et exultate (nn. 158ss). Vediamo due testi biblici fondamentali:

Rm 12,2 “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”;

Eb 4,12 Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

 

Per sant’Ignazio fare discernimento significa certamente conoscere i diversi spiriti che muovono il cuore dell’uomo ma soprattutto ha lo scopo di aiutare la persona a prendere contatto con la realtà, a riconoscere solo in Dio, suo Signore, il “Principio e fondamento” (ES 23). S. Ignazio ha imparato il discernimento dalla propria esperienza (anche dai propri errori); rileggendo la propria esperienza ne ha tratto una sapienza.

Non si tratta di una tecnica ma è l’arte di capirsi con Dio. Dio mi parla continuamente, “quale è la parola che mi sta rivolgendo?”  non ogni cosa va bene in qualsiasi posto e in ogni momento, “come fare?”, “Cosa mi sta chiedendo Dio?”. Non bastano delle regole per rispondere a queste domande ma tutto parte dal rapporto personale con Dio. È necessario perciò mettere in chiaro che il discernimento nasce dalla fede e dalla preghiera, non è un calcolo e nemmeno una tecnica. La persona impara a riconoscere l’oggettività di Dio Padre, Figlio e Spirito santo, e si allena a tenerne conto.

Il protagonista del discernimento è lo Spirito Santo. Nemmeno sappiamo che cosa chiedere ma lui viene incontro alla nostra debolezza (Rm 8,26-27), Egli grida in noi “Abbà Padre” (Gal 4,6). Occorre però esercitarsi per poterlo riconoscere perché lo Spirito non si impone, non usa violenza, chiede la nostra libera adesione.

Il discernimento nasce dall’ascesi ossia da una costante rinuncia al proprio volere, al proprio pensiero, per abbracciare il volere e il pensiero di Dio. La prima tappa è la purificazione dalla mentalità del peccato perché la persona concentrata su di sé e sui propri bisogni non è disponibile a ricercare e compiere la volontà del Padre (occorre liberarsi dalla falsa immagine di Dio che falsifica tutto ciò che si riferisce alle relazioni e all’amore, liberarsi dalla preoccupazione per se stessi per cui non ci si può occupare degli altri, liberarsi dalla paura di morire a se stessi, liberarsi dalla cecità/distorsione nella nostra interpretazione dei fatti). Il culmine di questa esperienza di purificazione lo abbiamo attraverso il sacramento della riconciliazione, esso è il luogo di incontro con il gusto dell’amore di Dio, qui inizia il vero discernimento.

Dopo una prima fase purificativa, nella quale si distingue il bene dal male, vi è una seconda fase nella quale ci si dispone alla ricerca della volontà di Dio. Si tratta di imparare a rimanere in Cristo, a stare con Lui, alla sua scuola di vita per assumere il suo stile, il suo modo di pensare e amare. La certezza di essere amati ci inserisce nella logica pasquale, del morire a se stessi per l’altro, è il passaggio dal bene al meglio: il magis.

Il discernimento rimane comunque un dono della grazia di Dio, va sempre chiesto, senza presumere di esserne divenuti esperti e autosufficienti. Per i padri spirituali l’insidia più pericolosa del cammino spirituale è la superbia. Può far cadere proprio coloro che si sentono più esperti, che hanno smarrito il timore di Dio (condizione indispensabile per accogliere il dono della sapienza: Sir 1,1-18).

Cosa significa discernere?

In greco si usano due verbi: diakr…nein e dokim£zein (distinguere e valutare). Si tratta di guardare con cura, con disinteresse, per non confondere e di valutare rispetto a… (misurare la pertinenza rispetto a valori, obiettivi ossia rispetto al Vangelo, al carisma…). Discernere significa distinguere (distinguere i sapori, distinguere il bene dal male…). Io posso distinguere qualcosa solo dopo averlo riconosciuto, il verbo distinguere perciò va di pari passo con il verbo riconoscere. Se ho familiarizzato con la voce di Dio la distinguo dalle altre voci. Se ho familiarizzato con il suo modo di agire lo riconosco nel mio quotidiano.

 

Per discernere occorre riconoscere

Per inoltrarci nel tema del discernimento (nel nostro caso è il discernimento spirituale) dobbiamo dunque riconoscere il bene e la bellezza a cui siamo chiamati per distinguerli appunto da ciò che non fa parte di noi! Nel battesimo abbiamo ricevuto la vita divina, filiale, per questo afferma san Paolo nella lettera agli Efesini “Tutte le genti, in Cristo Gesù, sono chiamate a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa” (Ef 3,6).

Il battesimo è la porta di ingresso nella vita dello Spirito e questa vita che abbiamo ricevuto va nutrita perché si rafforzi. Questo è quanto ci augura san Paolo: “Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” (Efesini 3, 14-16). Ciò che io nutro, anche se è il più piccolo di tutti i semi, diventa il più grande di tutti gli alberi. Ciò che io non nutro si rattrappisce. Io nutro la vita filiale che ho ricevuto attraverso la liturgia, i sacramenti, e il cuore dove il fiume di vita divina diventa sorgente nell’esistenza dell’uomo. È a partire dal cuore che la liturgia diventa vita.

Il luogo del discernimento: il cuore

Il luogo della vita spirituale è il cuore, ossia lo spazio dove il Signore è di casa, e anche noi. Si tratta della stanza dove si vive la comunione con il Signore, dove riceviamo lo Spirito, dove viviamo la comunione con gli altri, dove si arriva dalla missione e si torna alla missione (S. Caterina da Siena). Siamo invitati a trovare questo luogo affinché la nostra vita quotidiana proceda da questo centro, da questo luogo interiore, o potremmo dire: da questo uomo interiore!

Tutto dipende dall’asse su cui si impernia la nostra esistenza, il fulcro dal quale tutto prende significato: o l’io biologico, io sociale, io ideale o l’io spirituale/relazionale. Il cuore è il luogo della decisione. È la volontà che sancisce la decisione (non il mi piace, il sentire, le sensazioni ma “cosa voglio?”), una volontà che ha il sapore e il sapere della profezia: “voglio camminare nella santità”. È strutturalmente fatto per essere rivolto verso questa Presenza e si inaridisce nella morte quando si sazia di oggetti. L’uomo fondato unicamente sulla vita biologica non è ancora pienamente se stesso, non si è ancora trovato pienamente, vive fuori da sé pur essendo in se stesso. Solo Cristo, il Figlio di Dio svela veramente l’uomo a se stesso o lo fa vivere secondo la sua più altra dignità (cf. GS 22).

Il Signore può essere trovato soltanto là dove l’uomo accetta di essere incontrato. Quando ci decidiamo a varcare la soglia del nostro cuore scopriamo in esso il luogo in cui scaturisce la sorgente. Occorre uscire dalla sonnolenza spirituale e dall’evasione. Il Cristo Risorto abita in noi in forza del battesimo!

 

ELEMENTI FONDAMENTALI DEL DISCERNIMENTO

Chi desidera seguire il Signore deve prepararsi ad affrontare una dura battaglia contro il nemico per questo è necessario acquisire una stabile disposizione al discernimento (cf. Gaudete et exsultate n. 158ss). S. Benedetto nella sua Regola inizia rivolgendosi al candidato monaco come ad un “soldato”, pronto a cingere “l’armatura gloriosa” e ad affrontare la lotta “al servizio del vero Re” Cristo. Afferma san Paolo nella lettera agli Efesini: “Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità…” (Ef 6,10-20).

Questa battaglia presuppone un metodo, una strategia, delle priorità… non è possibile affrontare la battaglia da uomini sprovvisti.

Il discernimento è sui pensieri. “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i poteri, contro gli spiriti del male..” (Ef 6,10-20). Il pensiero che viene a distruggere il nostro santuario interiore si presenta con fascino, può esercitare un influsso seduttivo sulla sentinella. Occorre distinguere, discernere appunto,  perché devo interpretare la lotta in modo molto puntuale. Sta a me distinguere il nemico che distrugge e poi pregare affinché la potenza vittoriosa di Cristo lo possa mettere fuori gioco.

Ignazio specifica che ci sono tre modalità fondamentali di pensieri: “uno mio proprio, che deriva unicamente dalla mia libertà e dalla mia volontà, e gli altri due che provengono dall’esterno, uno dallo spirito buono e l’altro dallo spirito cattivo” (ES, n. 32). Il lavoro proprio del discernimento è quello di esaminare il corso dei pensieri e degli affetti che si affacciano al proprio animo, per poterne individuare la provenienza, se sono per il nostro male o per il nostro bene. Necessario è essere affiancati da una guida a cui si espone ciò che si muove nel cuore (n. 326), anche perché, almeno all’inizio del cammino spirituale non si coglie in maniera immediata e semplice la differenza tra i pensieri. La tentazione infatti si avvale spesso dei medesimi contenuti della vita spirituale (Dio, la preghiera, le opere di carità) ma per portare la persona in direzioni opposte a quelle spirituali (cf. 2Cor 11,14-15).

Dalla propria esperienza S. Ignazio ha maturato una regola importante degli esercizi: a coloro che sono rivolti verso se stessi (e dunque lontani da Dio) “il demonio comunemente  è solito proporre piaceri apparenti, facendo loro immaginare diletti e piaceri sensuali, per meglio mantenerli e farli crescere nei loro vizi e peccati. Con questi, lo spirito buono usa il metodo opposto, stimolando al rimorso la loro coscienza con il giudizio della ragione” (ES, n. 314). Invece «Nelle persone che si purificano intensivamente dai peccati e progrediscono dal bene al meglio nel servizio di Dio, nostro Signore, accade tutto l’opposto che nella prima regola. Lo spirito maligno non fa altro che rimproverare, suscitare tristezza, mettere ostacoli, inquietare con false ragioni, affinché l’uomo non progredisca in avanti. Al contrario lo spirito buono dà coraggio, forza, consolazione, lacrime, ispirazioni, pace. Facilita tutto, rimuove gli ostacoli, affinché l’uomo progredisca nel fare il bene» (ES, n. 315).

 

  1. Prendere coscienza.

Dio agisce continuamente nella nostra vita, il problema è essere consapevoli della sua azione nel nostro cuore. La vita spirituale è la presa di coscienza della vita dello Spirito che in noi parla e agisce, in modo da riconoscerlo, da favorirlo e da crescere in questo dinamismo, in questa collaborazione. Scrive san Paolo nella lettera agli Efesini: “Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi… [Ef 3,17- 20].

Al principio della vita spirituale vi è la coscienza, la consapevolezza e dunque anche l’ordine, altrimenti rischiamo di fare delle belle meditazioni, leggere belle letture ma queste toccano solo l’aspetto epidermico ma non vanno a nutrirci in profondità. Come il seme che cade nei rovi, tra gli ingarbugliamenti, tra le paure e preoccupazioni e non può attecchire al terreno (cf. Mc 4,18).

Il grande peccato dell’uomo è l’incoscienza, l’oblio, il vivere fuori di sé (dimenticandoci di Dio e di noi/non prendendo consapevolezza di ciò che accade in noi). Ciò che accade nella giornata rimane registrato in tutto di noi: con la mente abbiamo le memorie, con il corpo abbiamo le rimembranze, con i sentimenti e il sentire abbiamo i ricordi; occorre aprire questi scrigni e guardarvi dentro. Ogni cosa infatti ha in noi una ripercussione, sta a noi vedere cosa è dello Spirito e cosa no.

È necessario vivere questo processo di coscienza davanti agli occhi di Dio, nel suo sguardo. Il rischio è fare un lavoro puramente psicologico (da inesperti) o di cadere in un ripiegamento verso se stessi che è totalmente infruttuoso, sterile, se non addirittura dannoso. Il nostro modo di guardarci non è il modo di Dio.

 

  1. Attenzione

Il cardinal Špidlík diceva “si è attenti a se stessi per essere attenti a Dio”. Scoprire la paternità di Dio Padre e dunque la nostra figliolanza significa imparare a tenere conto di Dio nella nostra vita, significa riconoscere questa Presenza e lasciargli spazio, interpellarlo (in progetti, fatiche, sogni, intuizioni, scelte…). Tener conto di Dio significa riconoscerlo come il vivente e dunque l’operante nella nostra esistenza.

Noi decidiamo nella nostra quotidianità se vivere da pagani, non tenendo conto dello Spirito e mettendoci a posto la coscienza con delle pratiche religiose, oppure decidiamo se tenere conto dello Spirito e ci alleniamo in questo fargli spazio.

Questa scelta non mi toglie dalle attività quotidiane, anzi, mi aiuta a viverle con più intensità e nell’unità di me stesso. La questione di fondo è: dove sono concentrato? posso scegliere di concentrarmi per cogliere il passaggio di Dio dentro e fuori di me.

La prima strategia del cammino spirituale è l’attenzione.  Possiamo fare poco ma ciò che conta è farlo con cuore indiviso. Persino sciacquare una tazza, ripiegare una coperta… Anche il gesto più semplice, compiuto con la massima attenzione diventa preghiera. Preghiera e attenzione vanno di pari passo (proseuche e prosoche). Simon Weil scriveva “l’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera, suppone la fede e l’amore” e “l’attenzione assolutamente pura è preghiera”. (Attenzione come “tendere a …” ogni azione quotidiana, anche la più banale può tendere alla lode di Dio o essere semplicemente lo svolgimento di un dovere, di un peso, di un auto compiacimento … possiamo dire che l’attenzione come “tendere a”, è il principio della contemplazione).

 

  1. Ringraziamento (gusto)

Il ringraziamento è uno degli strumenti più importanti del discernimento: ringraziando Dio io mi alleno a vedere i numerosi benefici di cui circonda la mia vita, e a riconoscere la sua presenza viva nel mio quotidiano. L’uomo che ringrazia è spiritualmente molto sano!!! Egli diviene sempre più esperto nel riconoscere il gusto dell’amore di Dio per distinguerlo da ciò che è senza sapore, o che ha un sapore cattivo, che mi fa male.

Riconoscendo il doni di Dio, riconosco la sua paternità, riconosco il mio essere figlio e divento a mia volta eucaristico (“prefazio: è veramanete cosa buona e giusta, fonte di salvezza rendere grazie”: il ringraziamento è fonte di salvezza perché ti conduce a scoprire sempre più l’esistenza come luogo della grazia, del dono e ad abbandonare una vita secondo la mentalità della conquista e del merito, in questo sta la salvezza).

La persona che si allena a ringraziare giunge a rendere grazie a Dio anche nelle avversità.   Chi è ancora aggrappato all’uomo vecchio non comprende gli ostacoli, le incomprensioni, le contrarietà, la malattia, gli insuccessi, il dolore, ma cerca di evitare tutto ciò o ci combattere con forza questa realtà. La morte e la risurrezione che sono avvenute nel battesimo devono diventare la chiave di lettura  della vita lungo gli anni. Si tratta di un processo che ci fa attraversare tutte le tappe della vita con la certezza della risurrezione già avvenuta in noi, ma non ancora interamente compiuta e che perciò non ci dispensa dalle morti continue che dobbiamo ancora affrontare. Quando il sacrificio si realizza in un modo pasquale, senza rancori, accettando per amore sofferenze, incomprensioni e dubbi, è un segno che siamo in Cristo. L’uomo nuovo non è colui della forza di volontà ma colui che lascia trasparire l’amore di Cristo, che in lui vince!

 

Conclusione

In me vi è l’immagine di Dio, il Figlio, questo è l’uomo nascosto nel cuore, ed è sepolta nel buio dell’incoscienza, delle paure, dei desideri contrastanti. Occorre liberare questa immagine perché venga fuori nella sua bellezza, perciò bisogna togliere tutto ciò che non ha a che fare con questa bellezza (Fausti spesso usa come esempio quello del blocco di marmo nel quale lo scultore vede già l’immagine che ne verrà fuori, il suo lavoro è quello di togliere il marmo in più che non c’entra con questa immagine).

Se sono cosciente sono libero di decidere se acconsentire o dissentire da ciò che sento, secondo che mi fa crescere o meno nell’amore, nell’uomo interiore appunto. Sono io l’arbitro che accorda la vittoria a chi vuole. Ciò a cui acconsento cresce, anche se è un piccolo seme; ciò da cui dissento decresce, fino a perdere le radici anche se è un grande albero. Ciò a cui acconsento e che accolgo e custodisco nel cuore si sviluppa fino a diventare principio del mio sentire, pensare e agire.

 

IL DISCERNIMENTO COMUNITARIO

Nella ricerca del bene e del meglio, del magis, come dice sant’Ignazio, non vi è coinvolto solo il singolo ma la comunità cristiana, che si lascia guidare dallo Spirito santo. La Chiesa sarebbe un’aggregazione umana tra le altre (a carattere politico, sociale, sportivo, religioso…) se non fosse attivo al suo interno lo Spirito santo. È lo Spirito che l’arricchisce di carismi e l’apre coraggiosamente alla missione.

Per la Chiesa lo stile delle prime comunità descritto nel libro degli Atti degli Apostoli diventa paradigmatico per tutte le comunità: l’incontro con Cristo nella Parola, nella frazione del pane, del condividere con i più bisognosi. Ma ciò su cui vogliamo soffermarci oggi è in particolare sullo stile sinodale che apparteneva alle prime comunità. Gli Atti ricordano tre occasioni in cui si esprime questa sinodalità: quando si è trattato di provvedere alla sostituzione di Giuda (At 1, 15-26), quando sono stati scelti i Sette per il servizio alle mense e per sostenere i poveri (At 6, 1-7), e nel primo Concilio di Gerusalemme (At 15, 4). Possiamo dire che la pratica sinodale era affermata come consuetudine diffusa.

“Lo stile sinodale appartiene alla natura stessa della Chiesa. Nella sinodalità inglobo tutte le forme di partecipazione e di corresponsabilità nella Chiesa. Essa è l’espressione visibile della comunione e quindi di ciò che vi è di più essenziale nella Chiesa. Punto di partenza della sinodalità è la comunione: ne è la visibilizzazione e la garanzia” (cf. M. I. Rupnik, Il discernimento comunitario). “Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla chiesa del terzo millennio”[1].

Al fondo del discernimento sta dunque una ecclesiologia, l’ecclesiologia di comunione, carismatica e ministeriale, secondo la quale ciascuno ha doni e luce dallo Spirito, che per alcuni compiti divengono anche ministeri riconosciuti. Ciò significa che la comunità sa bene di vivere sotto lo Spirito del Signore che attraverso la varietà dei doni, la loro cooperazione, consente di comprendere, condividere e vivere la Parola. Il Discernimento è l’atto/processo attraverso il quale la comunità vive la grazia dello Spirito che fa in modo che non ci sia vita senza Parola e Parola senza vita, non ci sia vita che non sia aperta alla Parola e Parola che non trova le vie per incarnarsi.

Attraverso i differenti documenti del Concilio Vaticano II, è possibile vedere che i Padri conciliari sollecitano anzitutto l’intera Chiesa a compiere il discernimento circa i segni dei tempi. Dovendo rispondere alle provocazioni dello Spirito, tutto il popolo di Dio, viene detto, “cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio” (GS 11). La Chiesa è il luogo “cattolico” in cui le singole parti portano i propri doni alle altre membra, il corpo organizzato con molte membra aventi funzioni diverse, il centro dove lo Spirito da un lato elargisce diversità di ministeri e di operazioni e dall’altro guida, unifica, istruisce e dirige (cf in particolare LG 7, 13, 32). È interessante notare che in numerosi passi dei documenti conciliari dove si parla di unità si parla anche di varietà e si sottolinea l’organicità.

 

È lo Spirito il primo protagonista del discernimento comunitario, non solo perché arricchisce la Chiesa dei vari carismi, ma aiuta a viverli nell’unità. Senza la vita nello Spirito non è possibile né la comunione, né la sinodalità, né il vero discernimento. Sotto la guida dello Spirito la Chiesa discerne il proprio operare in vista della costruzione di se stessa come mistero di comunione e missione.

 

La comunione è alla base del discernimento comunitario, ma non c’è vera comunione senza una spiritualità di comunione. Lo sottolinea fortemente Giovanni Paolo II in Novo Millennio Ineunte quando parla della Chiesa come casa e scuola della comunione: “ Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità… Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” (NMI, 33). Per prassi spirituale intendo però anche quella preghiera che porta al discernimento, quei momenti più specificamente spirituali che, come sottolinea Giovanni Paolo II , portano lo sguardo del cuore “sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto del fratello” (NMI, 43). Tante volte, per non dire il più delle volte, questi momenti vengono considerati inutili, visto che l’importante è arrivare a decidere, o vengono messi come riempitivo o non caratterizzati.

 

Il discernimento comunitario incontra sulla sua strada diversi ostacoli. Occorre porre l’attenzione su quelli che sono i veri interessi e lo scopo che stanno alla base del discernimento per garantire la libertà spirituale. C’è il rischio che interessi reali, magari in contrasto con una corretta ecclesiologia, vengano spiritualizzati, rivestiti di volontà divina per potersi affermare. Occorre un cammino di purificazione, che porti a guardare nella stessa direzione, ad avere le stesse intenzioni e gli stessi interessi, maturati nell’apertura al mistero di Dio. Il processo di discernimento infatti è sempre un cammino di conversione che non ci lascia mai come ci ha trovati.

Un altro ostacolo è dato dalla concezione democratica, che porta a ragionare in semplici termini di maggioranza-minoranza. S.Benedetto nel capitolo 64 della Regola descrive efficacemente il principio fondamentale del discernimento degli spiriti secondo la spiritualità benedettina: “Nell’elezione dell’abate bisogna seguire il principio di scegliere il monaco che tutta la comunità ha designato concordemente nel timore di Dio, oppure quello prescelto con un criterio più saggio da una parte sia pur piccola di essa”. A questi ostacoli potremmo aggiungerne molti altri; quello che va evidenziato è la necessità di lasciarsi purificare il cuore per ricercare insieme le vie della volontà del Signore.

 

Si tratta di fare propria quella pedagogia di comunione, in cui si traduce la spiritualità di comunione, di cui parla Giovanni Paolo II. “Spiritualità di comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come ‘uno che mi appartiene’, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio. Un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper ‘fare spazio’ al fratello, portando ‘i pesi gli uni degli altri’ (Gal 6, 2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie” (NMI 43).

Il discernimento comunitario perciò presuppone l’adozione e la cura di uno stile comunicativo che favorisce l’integrazione. Ad esempio tramite una comunicazione che non sia dai toni alternativi “io invece..”, “non sono d’accordo”, ma che sa adottare quelli dell’ascolto “mi sembra che tu abbia detto..”, “se ho capito bene…”, “su questo vedo così…”. Anche questa modalità comunicativa da corso alla consapevolezza di essere soggetto comunitario, alimentato dallo Spirito, in ascolto della Parola, dentro la storia. Nel dialogo infatti o siamo integrativi o siamo impositivi e in questo secondo caso viene molto ostacolato il processo del discernimento.

 

Il discernimento chiede di tenere insieme la profezia/la meta con i passi concreti/fattibili (il discernimento infatti riguarda gli atti concreti che devono essere compiuti). Papa Francesco ha specificato che il progetto è il bene ideale e il discernimento è il bene possibile. Siamo chiamati a coniugare il progetto con la scelta concreta da fare ora a partire da quello che possiamo realmente fare. Problema è da una parte l’idealizzazione e dall’altra la fretta di arrivare a risultati visibili.

 

La pratica del discernimento chiede la cura della familiarità con la Parola di Dio, con i carisma a cui si appartiene, con le dinamiche della vita spirituale. Chiede attenzione alle situazioni che si attraversano per leggervi i segni dei tempi alla luce della fede.

 

Per entrare più nel concreto possiamo fissare quattro punti del discernimento:

  1. Quando occorre discernere. Quando ci troviamo di fronte a situazioni, contesti che chiedono una scelta, una decisione. È ricerca di obbedienza allo Spirito dentro i vissuti della propria esistenza. È istanza che si accentua nelle situazioni di discontinuità, di cambiamento, quando interviene qualcosa che non consente più di fare come prima.
  2. Come discernere. Prevede quattro operazioni: l’attenzione, ossia rendersi conto dei diversi fattori che sono in gioco in una determinata situazione (chi siamo, dove, in che tempo, con quali compiti, risorse…), consapevoli che tutti abbiamo una attenzione selettiva perciò lavorando insieme abbiamo modo di radunare i diversi elementi; la comprensione, si cominciano ad intuire i nessi che si instaurano tra i diversi dati che rivelano significati (si apre il ventaglio delle possibilità e difficoltà); la valutazione, si mettono dati e significati in connessione con gli obiettivi (cosa è in gioco? quale è l’obiettivo? quale senso del cambiamento?); la decisione, mette in luce le tappe, gli strumenti, i compiti con i quali si intende far camminare una situazione dalla sua condizione attuale a quella riconosciuta come obiettivo. Questo ultimo passaggio implica la previsione della verifica e l’attenzione alle varianti che possono intervenire. Non è importante la mera esecuzione materiale/formale ma l’effettivo cammino.
  • Perché occorre discernere. La ragione è il cammino. Siamo in cammino verso il regno di Dio ma non siamo ancora arrivati. Cammino che prende la forma della fraternità e del servizio, specie verso i poveri e gli ultimi.

Componenti che non devono mancare

  • collegare passato, futuro e presente per custodire la nostra identità
  • tenere insieme il cammino della comunità con il cammino di ciascun membro (mettere al centro unicamente la missione della comunità significa schiacciare il singolo, mettere al centro il cammino personale significa rendere amorfa la comunità).
  • attuare passi concreti da attuare ora, senza pretendere che il discernimento sia esaustivo
  • prendersi cura delle condizioni affinché ciascuno dei membri possa stare in questo processo di discernimento

Tali componenti del discernimento divengono anche agevoli criteri di verifica della sua “bontà”. Come atteggiamento il discernimento accompagna tutto l’iter del progetto, in modo che esso si mantenga relativo allo scopo. Si tratta di mantenere il soggetto in cammino verso il suo obiettivo, l’attuazione della sua identità, tramite/nei suoi compiti, con la progressiva integrazione delle diverse dimensioni della sua umanità. Implica nutrire le motivazioni, avere cura delle attitudini, con l’offerta di poter accedere a strumenti adatti.

Appendice: CEI, Convegno ecclesiale di Palermo, Con il dono della Carità dentro la storia, n. 21:

«Come espressione dinamica della comunione ecclesiale e metodo di formazione spirituale, di lettura della storia e di progettazione pastorale, a Palermo è stato fortemente raccomandato il ‘discernimento comunitario’. Perché esso sia autentico, deve comprendere i seguenti elementi:

▪      docilità allo Spirito e umile ricerca della volontà di Dio;

▪      ascolto fedele della Parola;

▪      interpretazione dei segni dei tempi alla luce del Vangelo;

▪      valorizzazione dei carismi nel dialogo fraterno;

▪      creatività spirituale, missionaria, culturale e sociale;

▪      obbedienza ai Pastori, cui spetta disciplinare la ricerca e dare l ’approvazione definitiva.

Così inteso, il discernimento comunitario diventa una scuola di vita cristiana, una via per sviluppare l’amore reciproco, la corresponsabilità, l ’inserimento nel mondo a cominciare dal proprio territorio. Edifica la Chiesa come comunità di fratelli e di sorelle, di pari dignità, ma con doni e compiti diversi, plasmandone una figura, che senza deviare in  impropri democraticismi e sociologismi, risulta credibile nella odierna società democratica. Si tratta di una prassi da diffondere a livello di gruppi, comunità educative, famiglie religiose, parrocchie, zone pastorali, diocesi e anche a più largo raggio. I responsabili delle comunità cristiane ne approfondiscano il senso e le modalità per poterla promuovere come autorevoli guide spirituali e pastorali, saggi educatori e comunicatori».

 

Asolan P. Il discernimento teologico-pastorale, in  A. Donato e J. Mimeault (a cura di), Il discernimento. Fondamenti e luoghi di esercizio, SM, suppl 8, Roma 2018,151-162.

AA.VV. «Il discernimento comunitario». Convegno Nazionale UAC 2018 (Pompei, 26-28 novembre 2018).

Laiti G. Il discernimento comunitario, Appunti relativi ad un incontro formativo all’interno dell’Istituto delle Suore Orsoline F.M.I.

Rotsaert M. Il discernimento spirituale nei testi di Ignazio di Loyola,  ed. PIB, Roma 2013.

Rupnik M.I. Il discernimento. Seconda parte: come rimanere con Cristo, ed. Lipa, Roma 2001, 123-131

Sigismondi G., Discernimento pastorale: esercizio alto di sinodalità, in Arcidiocesi di Milano, La sinodalità nella chiesa. Un approccio multidisciplinare, ed. Centro Ambrosiano, Milano 2018, 95-107.

[1] papa Francesco, nel 50mo dell’istituzione del sinodo dei vescovi, 17 ottobre 2015. Per l’istanza e la pratica del discernimento in recenti documenti del magistero, EG e AL, si può vedere G. Gronchi, L’esercizio del discernimento: indicazioni dottrinali recenti, in Osservatore romano 13 marzo 2017. Per il discernimento negli orientamenti Pastorali CEI, cfr. nota in appendice